Sabato 19 Maggio 2012
   
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SULLE TRACCE DI GENGIS KHAN E MARCO POLO

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Ieri il circolo Pivot ha visto la presentazione dei nuovi libri di Vito Bianchi “Gengis Khan, il principe dei nomadi” e “Marco Polo, il mercante che capì la Cina” entrambi editi da Laterza.

Dopo una breve ma appassionata recensione da parte dell’avvocato Domenico Bulzacchelli si è proceduti alla lettura del prologo del libro su Gengis Khan a cura di Maria Serena Ivone e subito la parola è passata all’autore.

Vito Bianchi, docente di Archeologia all’Università di Bari, si dedica alla ricerca di rapporti culturali tra Europa, Mediterraneo e Oriente ed è questo che l’ha spinto ad indagare su personaggi misconosciuti ai più e poco trattati nei libri di storia.

Entrambi i saggi storici evitano il puro linguaggio accademico, riuscendo a catturare il lettore.

 

Il primo libro, racconta la figura dell’imperatore celeste Gengis Khan.

Vissuto a cavallo tra il XII e il XIII sec, dopo aver unificato le tribù mongole, partì alla conquista di quello che divenne il più grande impero che la storia abbia visto: i territori della Cina, della Russia, della Persia, del Medio Oriente e dell’Europa Orientale erano governati da un’unica corona.

La figura del sovrano universale è spesso associata alla figura di un mostro sanguinario, in realtà il professore spiega che il saccheggio non era immediato, veniva prima chiesa la resa e, se accettata non si doveva far altro che pagare un tributo annuo.

Gli effetti positivi della conquista mongola furono due: la pacifica multiculturalità religiosa e la cosiddetta pax mongolica, con cui tutte le piste tornarono ad essere fruibili e sicure, aprendo così la strada ai commerci e ai primi contatti tra popoli lontani.

 

Ed è qui che si inserisce la figura di Marco Polo.

Il mercante veneziano visse a cavallo tra il XIII e XIV sec e fu tra i pochi ad avere le chiavi per la conoscenza degli altri popoli. Grazie ai suoi lunghi viaggi diventa testimone delle altre culture e civiltà scrivendo numerosi libri tra cui il celebre “il milione”.

 

La presentazione prosegue con il racconto e la proiezione di foto, a cura di Giuseppe Savino, della spedizione avvenuta nel 2008 in Mongolia con l’associazione La Venta. Attraverso emozionanti e suggestive immagini, viene raccontata la Mongolia di oggi, con il suo territorio vastissimo e poco abitato e il forte legame che la gente nutre nei confronti di Gengis Khan.

 

Professor Bianchi, come mai ha scelto il periodo medievale per i suoi studi?

Non si può più procedere nell’impostazione degli studi a compartimenti stagni, bisogna avere una concezione multidisciplinare. Creare questi steccati è un tipo di pensiero accademico vecchio e stantio che non ha prodotto risultati. Bisogna cercare di aprire spazi agli argomenti cronologici diversi ma anche ad altre materie: non si può più fare a meno dell’archeologia, della geologia, della mineralogia, dell’antropologia o di altri settori fondamentali per la ricostruzione  di un certo tessuto storico e sociale.

 

Cosa l’ha colpita di più di questi personaggi?

Innanzitutto il fatto che fossero orientali, i loro pensieri e il fatto che abbiano realizzato un rapporto tra due mondi che sino ad allora, fino agli inizi del 1200, erano psicologicamente distanti e fisicamente separati. Gengis Khan da un lato, Marco Polo dall’altro hanno consentito di ricucire una sorta di lacerazione  di tipo anche psicologica che esisteva tra l’Europa e l’Asia.

 

Progetti futuri, altri libri in cantiere?

Certamente e sempre organizzati sull’approfondimento di rapporti culturali, religiosi e sociali  tra il mondo occidentale e il mediterraneo che è quello a cui bisogna sempre tendere anche sotto il profilo di un impegno che non è soltanto storico ma anche sociale perché aprire la conoscenza tramite la storia di altri contesti, di altri mondi credo che possa avere dei contraccolpi positivi e anche sulla capacità di apertura mentale della società italiana che da oggi, purtroppo, lamenta una certa chiusura, una certa atrofia.  

 

Giuseppe Savino, quella in mongolia era quindi una prespedizione.

Sì, quella era una prespedizione. Siamo stati invitati dall’Accademia delle Scienze mongola e dall’Istituto Geografico tramite un ponte italiano, Marmai, un sociologo che è alla ricerca della tomba di Gengis Khan e, avendo letto un po’ alcune cose nostre del LaVenta riguardanti soprattutto Messico, quindi attività di ricerca archeologica oltre che speleologica, voleva un po’ capire se avessimo degli interessi. E quindi sulla base di questi presupposti abbiamo organizzato una prespedizione. L’obiettivo era quello soprattutto di vedere e capire se vi fossero grotte e se alcune di esse fossero state abitate dall’uomo perché già sapevamo dalla bibliografia che grandi sviluppi non ce n’erano, la mongolia non è territorio carsico tranne una lingua a nord molto lontana che non ci interessava. Abbiamo fatto questi dieci giorni, abbiamo capito alcune situazioni e abbiamo capito soprattutto che i rapporti con i locali e con le istituzioni locali sono molto difficili per cui per ora, visti altri progetti in corso che già fatichiamo a chiudere abbiamo un po’ messo nel cassetto, vediamo un po’ tra qualche anno se soprattutto da un punto di vista documentaristico geografico ci saranno degli sviluppi.

 

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